domenica 9 luglio 2017

Ma in pratica a cosa serve?

La domanda che può trasformare un tranquillo scienziato in un assassino psicopatico.


Mi piace parlare di scienza, e forse si era capito. Parlare di scienza con i non addetti ai lavori è interessante, perché ti obbliga ad essere consapevole di cosa interessa alla gente, e a sforzarti di conoscere le modalità con cui comunicare al pubblico in modo efficace. Parlare di scienza è interessante anche perché poi ti fanno le domande, e le domande danno il polso della percezione che ha il pubblico della scienza stessa. Certe volte, anche se mal poste, comunicano l'entusiasmo, a volte insospettato, che tanti hanno per la scienza, anche non conoscendo quasi nulla di questa disciplina.

Ma c'è una domanda che temo più di tutte. Una domanda che voglio evitare come la peste, e che cerco di anticipare io, perché non voglio che me la chiedano.

E' una domanda che arriva in genere dopo che hai raccontato per un'ora come si fa a studiare le particelle elementari, o le caratteristiche dell'universo primordiale, e dopo che hai cercato di affascinare il pubblico con qualche grande enigma della natura, tipo la ricerca della materia oscura. Tipicamente a questo punto qualcuno alza la mano e ti chiede: "ma in pratica questa ricerca cosa porterà di utile?".

A quel punto senti la botta di adrenalina che ti arriva al cervello e ti fa perdere lucidità, e il senso di impotenza che ti prende al collo, come quando sei vittima di qualche palese sopruso, tipo quando, mentre sei fermo in colonna in autostrada, arriva il furbo col Porsc Cojon che supera tutti nella corsia di emergenza. E a quel punto, non avendo purtroppo per le mani un fucile mitragliatore, il primo istinto è quello di andarmene gridando alla platea "andatevene tutti af-fan-cu-lo!".

Ma siccome io fuori della mia mente sono più mansueto del lupo di Gubbio, quando mi fanno questa domanda (e succede spesso) faccio finta di niente, sorrido all'interlocutore con lo stesso sorriso di Jack Nicholson a Wendy-tesoro, e spiego con la calma di un monaco tibetano che tutta la ricerca di base serve, anche se non sempre è prevedibile come potrà essere applicata, e che nessuna delle invenzioni che hanno sconvolto il mondo sarebbe mai stata possibile senza la ricerca di base. E quindi parlo del web, inventato per facilitare gli esperimenti di fisica senza avere la minima idea di come sarebbe stato utilizzato in seguito, e spiego che la ricerca di base produce anche competenze, che sono importanti in una società moderna, e che la ricerca di base produce anche lavoro, etc etc, sciorinando tutto il campionario di esempi. Se vi interessano questi esempi, e se avete dubbi sull'importanza della ricerca di base, o sul fatto che prima o poi qualcosa di utile lo produce, potete leggere ad esempio quiqui, qui o qui.

Ma a parte questo, la cosa che veramente mi lascia depresso ogni volta che sento questa domanda, è che ci sia gente che si pone questa domanda! Che nel 2017 gente che ha il tablet in mano, la prenotazione per la risonanza magnetica in tasca, la connessione veloce con "la fibra" in casa, il gps in macchina, il laser per il compact disc e il microchip sotto pelle (...) si chieda a cosa potrà mai servire in pratica la ricerca di base. Come se tutte queste cose siano nate per caso: uno si è svegliato la mattina, ha cominciato a pistolare con del gas e tutto d'un tratto è venuto fuori un raggio laser.



E stiamo parlando di gente che è istruita, che ha studiato, laureata, mica semianalfabeti! Qualche giorno fa questa identica domanda me l'ha posta un amico laureato in legge. Una volta me l'ha posta un ingegnere elettronico. E era sinceramente stupito di apprendere che lo scopo di tanti esperimenti comunemente chiamati "scientifici" non sia quello di scoprire la cura del cancro o un cellulare che non si scarica mai, ma semplicemente quello di capire come funziona la natura. Lui non lo sapeva, e proprio non riusciva a crederci che esistessero esperimenti scientifici che non avevano un fine pratico immediato! Un ingegnere elettronico, capito?! Uno che se certa gente non avesse perso tempo per decenni con la meccanica quantistica e le funzioni d'onda, sarebbe disoccupato! Anzi, non sarebbe nemmeno esistito il suo corso di laurea! Un ingegnere elettronico, che si è fatto un mazzo tanto per anni e anni sui libri, che si chiede candidamente a cosa può servire la ricerca di base, e che si stupisce perfino che possa esistere questo tipo di ricerca! Mio padre, che era arrivato all'avviamento in un periodo in cui l'Italia veniva bombardata e non c'erano soldi per mangiare, posso testimoniare che non è mai stato lontanamente sfiorato da dubbi di questo tipo. Un ingegnere elettronico di oggi, invece, questi dubbi ce li ha.

C'è qualcosa che non va. Qualcosa che non va nel profondo.

Io penso che l'indice di ignoranza scientifica di un paese si misuri da quanto frequentemente venga posta questa domanda: "ma a cosa potrà mai servire in pratica". L'ignoranza scientifica di un popolo è tutta qui, in questa domanda. Nel fatto che così tanti si pongano questa domanda. Non servono le statistiche Ocse, gli indicatori, etc etc. Basta chiedere alla gente se ritiene che nella pratica studiare una galassia o una particella possa prima o poi tornare utile. Se ha dei dubbi, se tentenna, se ti dice che "boh... forse, ma la ricerca dovrebbe innanzitutto occuparsi di altro", c'è qualcosa che non va.

Se ancora oggi, nel 2017, c'è così tanta gente che di fronte a un seminario su una scoperta scientifica si pone questa domanda, vuol dire innanzitutto che la scuola ha fallito completamente.  

A cosa serve far studiare per anni la matematica, la fisica, le scienze, la biologia, a cosa serve far studiare le derivate al Liceo Artistico o le equazioni di Maxwell a Scienze Umane, a cosa servono i problemi con la bicicletta a ruote quadrate, se poi, diventato adulto, al cospetto di una scoperta scientifica la prima domanda che ti sgorga spontanea è "ma in pratica....". 

A cosa serve tutta questa "istruzione scientifica" impartita a colpi di verifiche scritte, prove invalsi, ore aggiuntive di scienze, test di velocità, simulazioni di prove di esame che sembrano ideate da extraterrestri, se poi, una volta preso il pezzo di carta, così tanta gente ha questo dubbio di base sulla scienza: a cosa potrà mai servire in pratica"? 

La cultura scientifica non è sapere di scienza. Certo, la cosa può aiutare, ma avere cultura scientifica è un'altra cosa. Avere cultura scientifica è comprendere i meccanismi della scienza, il suo modo di procedere e di affrontare i problemi, e avere piena consapevolezza dell'importanza del suo impatto culturale e sociale. Si può non avere idea su come si risolve un esercizio con la bicicletta a ruote quadrate e non sapere cos'è una forza elettromotrice indotta e avere comunque una profonda cultura scientifica, e soprattutto avere piena consapevolezza dell'importanza della scienza, tutta la scienza, nella società. Si può avere fatto anche solo l'avviamento e non sognarsi neanche di chiedersi "ma a cosa potrà mai servire in pratica".


domenica 2 luglio 2017

Ha senso che Federer giochi con una scimmia?

Qual è il modo più efficace perché un messaggio arrivi a segno?

 

Il Prof. Roberto Burioni è un virologo recentemente balzato alle cronache per la sua battaglia (sacrosanta) contro le voci incontrollate sulla presunta inutilità o addirittura pericolosità delle vaccinazioni, e per il suo lavoro di corretta informazione su questo argomento di assoluta importanza per la salute pubblica.

Recentemente mi è capitato di leggere in rete una discussione sull'argomento, in cui  Burioni veniva invitato a confrontarsi sul tema con Stefano Montanari, un laureato in farmacia che viene spacciato come esperto dell'argomento, noto per essere un convinto sostenitore dell'inutilità dei vaccini e dell'efficacia di strampalate terapie alternative, e per questo uno degli idoli del popolo anti-vax.

La risposta del Prof. Burioni a questa richiesta, più volte ripetuta nella discussione, è stata: "Ha senso che Federer giochi con una scimmia?". La frase sottintende il fatto che non è possibile un confronto che abbia senso fra un esperto di vaccinazioni (Burioni) e chi (Montanari) non ha sostanzialmente alcuna competenza professionale in materia.

La posizione di Burioni è senza dubbio sensata e condivisibile: che senso ha discutere di un argomento estremamente specialistico (le vaccinazioni lo sono) con uno che dell'argomento non sa niente, nonostante ostenti competenze? Che tipo di confronto può venirne fuori? Non solo, ma il solo fatto di discuterne potrebbe implicare in qualche modo dare un'autorevolezza non meritata a tesi che non hanno alcun fondamento. Io Burioni da questo punto di vista lo capisco in pieno. E' come se mi invitassero ad avere un confronto con quelli che credono che gli esperimenti al Cern abbiano causato il terremoto di Amatrice (c'è chi lo ha scritto). Che gli dici a gente del genere? Su che base puoi aprire un qualunque tipo di confronto? Anche solo parlarci per dire che sbagliano in qualche modo eleva i loro deliri a opinioni degne di essere discusse, e non è proprio il caso!

Ma a parte il fatto che Burioni ha tutte le ragioni di questo mondo, mi chiedo: dal punto di vista strettamente comunicativo questo atteggiamento paga? Perché il punto è che, informando sui vaccini, non ci si rivolge a chi è già convinto dell'importanza delle vaccinazioni, e nemmeno a chi è antivaccinista duro e puro. Quelli hanno già fatto una scelta, che non verrà minimamente scalfita dagli interventi di Burioni o di nessun altro.

Ci si rivolge invece a tutto il mare magnum di gente che ha "sentito dire" ma che è disorientata dai tanti punti di vista che i media propinano loro. Quella gente che a volte non comprende nemmeno che il parere di Burioni sulle vaccinazioni è immensamente più rilevante di quello di Montanari. Qual è il modo più efficace per rivolgersi a questo pubblico, che è una percentuale tutt'altro che trascurabile, affinché recepisca l'assoluta importanza delle vaccinazioni?

E quindi mi chiedo: verso il grande pubblico quanto paga presentarsi con frasi del tipo: "tu sei ignorante con te non ci parlo?". Dal punto di vista dell'efficacia comunicativa quello di Burioni è un approccio vincente? Perché è quello che ci interessa, no? L'effetto sul grande pubblico. Altrimenti che ci frega di cantarcela fra di noi? Adesso che il problema è sul tavolo, e l'argomento è sulla bocca di tutti, qual è il modo più efficace per raggiungere "la gente"? 

Io onestamente non ho risposte certe. Penso, come Burioni, che sia certamente meglio ignorare il confronto con gli incompetenti che ostentano competenza, sia perché il confronto con un incompetente non ha ragione di esistere in assoluto, ma anche perché implicitamente un confronto con un incompetente dà autorevolezza all'incompetente.  Rende, anche se involontariamente, il suo punto di vista un punto di vista possibile, anche se totalmente campato in aria. 

Però allo stesso tempo credo che sia inopportuno sottolineare l'ignoranza dell'altro, anche se questa ignoranza è abissale. Piuttosto è meglio tacere. Meglio scegliere altri canali di comunicazione - anche se mi rendo conto che a volte è difficile - e fare finta che quel somaro ragliante, per usare un'espressione di Burioni, non esista.

Altrimenti il rischio è quello di far credere al grande pubblico che si stia usando il principio di autorità per avere ragione: io ho studiato, io sono un professore, e quindi capisco. Tu non hai studiato, non hai la laurea, non partecipi ai congressi, quindi il tuo parere vale zero. Che è assolutamente vero, intendiamoci! Ma non è, secondo me, il modo vincente con cui apparire al popolo dei dubbiosi. 

Non dimentichiamoci che sul popolo dei dubbiosi, che è poi molto rappresentativo dell'italiano medio, fa più presa un Vannoni di una Cattaneo, un Di Bella di un Veronesi. Il successo del metodo Di Bella è anche dovuto alla figura dell'umile vecchietto "osteggiato dai professoroni". Il grande pubblico ama istintivamente  le vittime dell'establishment, e santifica uno come Giuliani, che ignorato (giustamente) dalla scienza ufficiale dispensa ai suoi followers banalità sui terremoti spacciandosi per esperto del campo. Il fatto che questa gente sia tacciata di ignoranza e incompetenza dalla scienza ufficiale, paradossalmente è la loro forza.

Il punto è che il grande pubblico ragiona in modo diverso da chi vive nella scienza, e le decisioni, le scelte su chi meriti fiducia non sono basate sul numero di articoli pubblicati in peer review, ma sono spesso prese più con la pancia che con la ragione. E in virtù di questo, dire "con te non ci parlo perché sei ignorante" può essere più controproducente che convincente. Meglio ignorarla, certa gente, e far finta che non esista, continuando a fare corretta informazione in modo deciso ma pacato, piuttosto che cadere nel tranello di contrapporsi a loro, anche solo con l'intento di sottolineare di non volersi contrapporre.

Sono quindi assolutamente convinto che gli esperti come Burioni debbano continuare il loro lavoro di informazione. Tra l'altro Burioni, nonostante alcuni aspetti che io, personalmente, valuto come errori di comunicazione, ha avuto il grande merito di tirar fuori il problema presso il grande pubblico, e di riuscire a scuotere in primis la comunità dei medici, che è stata per lungo tempo incomprensibilmente sonnolenta di fronte ai deliri di certa gente. Però senza cadere nel tranello di sottolineare continuamente l'ignoranza (certe volte abissale) di chi a loro si contrappone.Ci farà sentire a posto con la pancia, ma può essere controproducente.

martedì 20 giugno 2017

Sui vaccini voglio scegliere informato! Ma ne sono capace?


Lo spunto è un interessante articolo sul blog di Salvo Di Grazia, alias Medbunker, un medico e divulgatore scientifico molto attivo nell'offrire una corretta informazione in campo medico. L'articolo si riferisce a un intervento della Dott.ssa Gabriella Lesmo, pediatra e anestesista, che in una lettera diretta a Paolo Mieli del Corriere della Sera elenca tutti i motivi per diffidare delle vaccinazioni. Anzi, per usare le sue parole, "la profonda disinformazione" in fatto di vaccinazioni.

La Lesmo, nella sua lettera, elenca tutta una serie di "certezze" sulla pericolosità e sull'inutilità delle vaccinazioni, citando studi scientifici, casistica clinica e evidenze ad ampio spettro, servendosi di un linguaggio tecnico ma comprensibile, che appare a chi legge decisamente autorevole. A parte l'uso omeopatico degli spazi (una cattiveria ce la dovevo mettere) che fa apparire l'articolo come un monolite di parole peggio della Stele di Hammurabi, l'articolo per un lettore qualunque non competente in materia (come me) sembra scritto da una persona che sa il fatto suo. La dottoressa menziona altri medici, fa riferimento a numerosi studi scientifici, cita decreti ministeriali, e usa termini tecnici mostrando una apparente confidenza e conoscenza dell'argomento.

Per lo meno questo è quello che a me appare, io che non sono un medico, e che nella vita faccio tutt'altro.  E infatti in tanti, in calce all'articolo, commentano soddisfatti, ringraziano per la chiarezza, e si complimentano con l'autrice.

Per cui mi immagino che un genitore qualunque, che cercando informazioni in rete sul tema dei vaccini legga questo scritto, resti positivamente colpito dalla chiarezza e dalle conoscenze della dottoressa. E se questo genitore è titubante nei confronti delle vaccinazioni, se ha dei dubbi, se qualcun altro gli ha detto che sembra... si dice... beh, qui trova le conferme dei suoi dubbi scritte in modo chiaro e comprensibile, e soprattutto convincente.

Poi arriva Salvo Di Grazia, anche lui medico, che elenca invece le falsità contenute nell'articolo della Lesmo, e gli errori - a suo dire molto numerosi - commessi dalla dottoressa.

La maggior parte sono però errori apprezzabili come tali solo da un esperto del settore, cioè un medico. In particolare uno mi colpisce: è quando la Lesmo afferma che l'epatite B si trasmette solo per via parenterale e venerea, dimenticando che l'epatite B si trasmette anche attraverso il sangue, e quindi tramite la presenza di tagli o piccole escoriazioni, a cui peraltro proprio i bambini sono facilmente soggetti. E' una svista? Un lapsus? Oppure, dato che si tratta di una pediatra, c'è la malafede? Questa cosa dell'Epatite, che si contagia anche tramite il sangue, mi rendo conto che la sapevo anche io, ma leggendo la Lesmo mi era sfuggita. Se fossi stato un medico, un esperto, avrei probabilmente cominciato a ululare come la sirena del Titanic, ma non essendo un medico non l'avevo nemmeno notata.

Questo esempio ci mostra chiaramente un punto fondamentale: quanto sia presuntuosa la pretesa, da parte di certi comitati o di gruppi di genitori, di "informarsi autonomamente" sul tema delle vaccinazioni. E' presuntuosa perché se non si hanno le competenze tecniche necessarie, anche un articolo come quello della Lesmo, pieno zeppo di falsità, può apparire estremamente convincente. E' scritto da un medico, usa un linguaggio comprensibile, cita lavori scientifici e studi del settore, appare scritto con competenza: con quale strumento un genitore che non è un medico, che ha una conoscenza nulla o nella migliore delle ipotesi comunque superficiale dell'argomento, che non sa cercare i lavori scientifici in rete e che soprattutto, anche se lo sapesse fare, non sarebbe assolutamente in grado di valutarne la correttezza, può giudicare se quello che sta leggendo è vero o falso? 

Avete mai provato a leggere un articolo su una rivista scientifica? Scegliete voi l'argomento, dall'arteriosclerosi ai semiconduttori, dalla fusione nucleare alla separazione fra Cretaceo e Terziario, avete carta bianca. Aprite una rivista scientifica e iniziate a leggere, e poi vedete se arrivate alla fine dell'Abstract, cioè quella parte che viene prima dell'inizio dell'articolo vero e proprio, avendoci capito qualcosa tanto da poter valutare se quello che avete letto è corretto dal punto di vista scientifico oppure no. Leggetevi un articolo di Nature sull'utilizzo di una certa molecola che dovrebbe servire a produrre enzimi responsabili etc etc... e vediamo se siete capaci di dire se quello che c'è scritto ha un senso o se sono parole inventate a caso con lo scopo di prendervi per il culo.



Perché il succo alla base di tutte queste chiacchiere è che nel campo delle vaccinazioni, per giudicare ciò che è vero da quello che potrebbe essere vero, e separarlo da quello che è in dubbio o dalla frottola grossolana, ci vogliono le COMPETENZE. Le competenze, cazzo! Scusate se mi scaldo, ma è veramente una bella pretesa, da parte di certa gente che nella vita fa l'elettrotecnico o l'architetto o il fisico nucleare, di pensare di poter giudicare quello che è vero da quello che è falso in un campo che richiede conoscenze approfondite in virologia, epidemiologia, medicina, chimica, fisiologia, biologia, genetica, e tutta una serie di discipline a loro per lo più sconosciute.

Leggevo proprio ieri, in calce a un articolo sulle vaccinazioni, un commento, uno fra i tanti dei genitori indignati per l'obbligo vaccinale introdotto, che diceva: "io non sono contrario alle vaccinazioni, ma vorrei solo che fossero fatte cum grano salis!".  

Ma che cazzo ne sai tu se sono fatte cum grano salis! Come fai a dire se sono fatte cum grano salis, tu che nella vita fai il cassiere al supermercato, o l'arredatore, o il tecnico informatico. Che strumenti hai per dire che non lo sono! Che cazzo ne sai tu più della comunità mondiale degli esperti del settore, che ha deciso quali sono le vaccinazioni importanti e il loro calendario!


Questi antivaccinisti che all'improvviso diventano espertissimi di epidemiologia e di tutti gli annessi e connessi, e che ti dicono quali vaccini servono e quali no, quante dosi devi dare, a che età dovresti fare il richiamo, e quanto tempo deve passare tra una dose e l'altra, sono come quei condomini che quando c'è da decidere di rifare la coibentazione dei tetti, o lo scolo delle acque, o l'impianto elettrico, loro sanno sempre tutto, e qualunque tecnico esperto interpelli stai tranquillo che l'esperto per loro è un incapace totale e devi dar retta a loro. Che ti viene da alzarti su, mettere le dita di entrambe le mani in modo che si tocchino le punte, e muovendo gli avambracci ritmicamente avanti e dietro verso la tua faccia, dirgli: "ma mi spieghi che cazzo ne sai tu di impiantistica dei sistemi di riscaldamento, che facevi l'usciere!"

Qualcuno adesso però potrà obbiettare dicendomi: e tu perché credi a Salvo Di Grazia e non alla Dott.ssa Lesmo? Che competenze hai tu, che nella vita fai proprio tutt'altro, per dire che Salvo di Grazia ha ragione, e la Lesmo no?

Giustissimo. E infatti è proprio perché non ho competenze e ne sono perfettamente consapevole che scelgo Salvo Di Grazia e non la Lesmo. Scelgo Di Grazia non perché abbia le competenze per controllare quello che egli dice, ma perché il suo parere è in linea con il parere di chi certamente è esperto del settore. Perché il suo parere coincide con quello del pediatra di mia figlia, e della stragrande maggioranza dei pediatri, nonché dei medici. E scelgo Di Grazia soprattutto perché il suo parere coincide con quello degli specialisti in immunologia e virologia, i veri esperti del campo, e con le linee guida dell'organizzazione Mondiale della Sanità. Scelgo Di Grazia perché il suo parere coincide con il parere di chi è il più titolato in termini di competenze. 

E' l'unica cosa che posso fare, io che in questo campo, per quanto mi sbatta, legga, mi informi, resto profondamente ignorante nei confronti di chi invece ci lavora da una vita.

E poi scelgo Di Grazia perché una dottoressa che si spaccia per esperta e poi si "dimentica" di dirmi che l'epatite B si prende anche tramite il contatto con le ferite, cosa che so persino io, genitore qualunque, mi puzza tanto, ma veramente tanto di incompetente. O di persona in malafede, e non so cosa sia peggio.

giovedì 15 giugno 2017

Il Principio di Indeterminazione di Heisenberg in piena azione

Il principio di indeterminazione di Heisenberg è una delle stranezze della meccanica quantistica. Einstein stesso, sebbene sia stato fra quelli che posero le basi della descrizione quantistica del mondo microscopico, si ingegnò per anni con lo scopo di trovare un esperimento ideale che lo rendesse violabile. Ma non ci riuscì.

Il principio di Heisenberg afferma sostanzialmente che non possiamo conoscere contemporaneamente, con precisione arbitrariamente alta, la posizione e la quantità di moto di una particella (la quantità di moto, o impulso, è il prodotto della massa per la velocità della particella). Per qualche congiura della natura il prodotto dell'incertezza sulla posizione della particella moltiplicato per l'incertezza con cui conosciamo la sua quantità di moto sarà sempre maggiore di un certo valore minimo, che numericamente corrisponde alla costante di Planck diviso quattro pi greco (h-tagliato mezzi).

Oppure, in alternativa e in modo del tutto equivalente, la precisione con cui conosciamo l'energia di una particella moltiplicato l'intervallo temporale in cui questa misura è stata effettuata, è sempre maggiore della solita costante di Planck diviso 4 pi greco.



Quindi se misuriamo con estrema precisione la posizione di una particella, allora la sua velocità (il suo impulso) risulterà altamente indeterminata, in modo da garantire il rispetto della disuguaglianza.

Allo stesso modo una misura molto precisa dell'energia della particella si tradurrà in una grande indeterminazione dell'intervallo temporale durante il quale la particella aveva l'energia che abbiamo determinato. Oppure, in alternativa, una collocazione temporale molto precisa di una particella si traduce in un'alta incertezza della sua energia.

Potrebbe sembrare strano, ma le verifiche sperimentali del principio di indeterminazione sono sorprendentemente poche (fonte), nonostante esso rappresenti una delle leggi fondamentali della fisica.

Ma esiste un modo per vederlo direttamente al lavoro. Un modo comprensibile a tutti: un semplice grafico, il risultato di un esperimento, per vederne i suoi effetti pratici.

Alcuni anni or sono i fisici delle particelle al Cern hanno effettuato un esperimento per studiare una particella che si chiama Z-zero. La particella Z-zero è un ingrediente fondamentale di quello che viene comunemente chiamato Modello Standard delle Particelle Elementari, e è co-responsabile della cosiddetta Interazione debole. E' stata scoperta nel 1983 da Carlo Rubbia e collaboratori, e verso la fine degli anni 80 è stato costruito un acceleratore per studiarne le proprietà in dettaglio. L'acceleratore si chiamava Large Electron-Positron collider, comunemente chiamato Lep.

Il Lep accelerava ad alte energie elettroni e le antiparticelle degli elettroni, chiamati positroni in direzioni opposte, e poi li faceva scontrare fra loro (collidere, dicono i fisici). In questi urti venivano prodotte le particelle Z-zero.

Il trucco alla base del funzionamento del Lep stava nel poter decidere con grande precisione l'energia a cui far collidere gli elettroni e i positroni. In particolare si regolava l'energia di collisione in modo da renderla uguale alla massa della particella Z-zero, con un'incertezza di una parte su centomila. In questo modo la coppia elettrone-positrone, quando si trovava a contatto nell'urto, veniva ad assumere esattamente le proprietà della Z-zero, sia come massa che come tutte le altre sue proprietà (si chiamano numeri quantici, in gergo). E quindi, di fatto, elettrone e positrone, negli urti prodotti al Lep, si trasformavano direttamente in particelle Z-zero. Ogni urto una Z-zero.

La Z-zero, tuttavia, è una particella altamente instabile, e appena prodotta svanisce immediatamente. Decade - si dice in gergo - trasformandosi in altre particelle. Il tempo che intercorre tra l'urto e il decadimento della Z-zero, cioè il tempo in cui la Z-zero resta tale, è incredibilmente breve, qualcosa come 10 alla meno 25 secondi. Un decimilionesimo di miliardesimo di miliardesimo di secondo. Questo tempo è così incredibilmente breve che non c'è di fatto alcuna speranza di poter osservare direttamente la Z-zero "da viva", e tutto quello che possiamo studiare sono i suoi prodotti di decadimento, il modo in cui essa muore.

Quindi in sostanza abbiamo una coppia di elettrone-positrone che si scontra con un'energia ben definita, e da quel punto in cui avviene lo scontro vediamo saltar fuori altre particelle che sono il risultato del decadimento della Z-zero. Lo studio di come decade la Z-zero ci fornisce molte informazioni inerenti alla fisica di questa particella, ed è per questo che il Lep produceva collisioni con una frequenza di circa 1 al secondo, tanto da produrre in tutto svariati milioni di Z-zero.

Ma dove sta il principio di indeterminazione di Heisenberg in tutto questo? Beh, se avete notato, abbiamo detto che la Z-zero vive per un tempo brevissimo, circa dieci alla meno 25 secondi. Questo rappresenta un intervallo temporale brevissimo entro il quale la Z-zero può esistere, e che la natura ci fornisce gratis: in pratica quando osserviamo la produzione con successivo decadimento di una Z-zero stiamo osservando un fenomeno che in media dura dieci alla meno 25 secondi.

E queste deve farci drizzare le orecchie, perché un tempo così incredibilmente piccolo deve tradursi, secondo il principio di indeterminazione, in una corrispondente indeterminazione dell'energia della particella, ovvero della sua massa. In questo caso infatti energia e massa coincidono, perché la Z-zero è prodotta ferma (elettroni e positroni hanno infatti energie uguali e direzioni opposte, e quindi il loro centro di massa è fermo nel laboratorio). Quindi, se Heisenberg ha ragione, noi dovremmo osservare una indeterminazione nella massa della Z-zero.

Ma come si manifesta una eventuale indeterminazione della massa di una particella?

Per vedere questa cosa possiamo fare così. Possiamo decidere un certo valore dell'energia di collisione degli elettroni e positroni, l'energia del centro di massa a cui li facciamo scontrare, e far funzionare l'acceleratore per un po' in queste condizioni, e contare quante volte osserviamo la produzione di una Z-zero e il suo immediato decadimento. Poi possiamo cambiare di poco l'energia nel centro di massa a cui facciamo avvenire l'urto fra elettroni e positroni, e contare di nuovo quante Z-zero vengono prodotte.  E poi cambiarla di nuovo, e ripetere la stessa operazione. Ovvero fare uno "scan" in energia. E cosa osserveremo alla fine? Il grafico qua sotto.

In questo grafico è riportato sostanzialmente il numero di Z-zero prodotte,  (in termini di una quantità un po' più complicata che si chiama sezione d'urto, sigma-had, la quale tiene conto di tutte le complicazioni di cui bisogna preoccuparsi nel fare questa misura, ma per i nostri scopi possiamo pensare che sia il numero di Z-zero prodotte) in funzione dell'energia di collisione degli elettroni-positroni.  I punti rossi, molto piccoli, sono i dati sperimentali dei 4 esperimenti che hanno raccolto questi dati: si chiamavano Aleph, Opal, Delphi e L3. La curva verde è quella che "fitta" i dati (interpola, in italiano) secondo la forma della curva prevista dalla teoria. In ascissa c'è l'energia del centro di massa, l'energia a cui facciamo scontrare elettroni e positroni.


Cosa impariamo da questo grafico? Impariamo che c'è un valore dell'energia di collisione in cui è massima la probabilità di produrre Z-zero, che è tra 91 e 92 GeV. Se però cambiamo di poco l'energia di collisione a destra e a sinistra di quel valore in corrispondenza del quale si ha il massimo della curva (il massimo delle Z-zero prodotte), osserviamo che produciamo ancora delle Z-zero, ma un po' di meno. E più ci allontaniamo da quel valore, meno ne produciamo.

Cosa significa questo? Ricordiamoci che noi stiamo regolando accuratamente l'energia di collisione tra elettroni e positroni in modo da renderla pari alla massa della Z-zero. E' questo che ci permette di produrla. 

Beh, questo grafico ci dice che non esiste una massa definita della Z-zero. Ne esiste un valore più probabile, e altri meno probabili, in modo sostanzialmente simmetrico attorno ad esso. Se regoliamo l'energia di collisione entro i valori di questa curva a campana, possiamo sempre parlare di produzione della Z-zero. Il valore nominale della massa della Z-zero viene assunto essere quello dove si ha il massimo della produzione, ma poi esiste tutto un intervallo di valori di massa in cui la Z-zero continua a essere tale. Ovvero la sua massa è indeterminata, con un'incertezza corrispondente alla larghezza di questa curva. Il principio di indeterminazione di Heisenberg, appunto.

martedì 30 maggio 2017

Morire a causa di una fede: l'omeopatia

E' notizia di questi giorni di un bambino di 7 anni morto per un'otite, che dopo 15 giorni di febbre alta si era trasformata in encefalite, portandolo al coma. L'otite di origine batterica è curabile facilmente con gli antibiotici, ma in questo caso era stata trattata unicamente con prodotti omeopatici, secondo le prescrizioni di un medico omeopata.

Si dice spesso: "perché prendersela così tanto con l'omeopatia? Al massimo non fa niente, ma di certo non può fare male!" Questo fatto ci dimostra quanto sia sbagliata questa convinzione.

Ma a parte questo viene da chiedersi: come è possibile che si sia arrivati a far morire un bambino per un'otite? Come è possibile che né l'omeopata né i genitori si siano resi conto della gravità della situazione e non siano corsi al pronto soccorso dopo tanti giorni di febbre e pus, lasciando invece degenerare una banale otite fino a una situazione così disperata e irrecuperabile? Come è possibile che siano rimasti irremovibili nell'usare i prodotti omeopatici fino alla fine? (fonte e fonte).

Risposta: perché l'omeopatia è un atto di fede, nel quale il raziocinio è messo in soffitta. Affidarsi all'omeopatia presume un irrazionale atto di fede. E quando si agisce non seguendo la ragione ma la fede, queste cose sono possibili.


Diciamo innanzitutto le cose come stanno: nei prodotti omeopatici non c'è nulla, e quindi non possono servire a curare nulla. Sono al massimo un placebo. Ma il placebo funziona se non sai di assumere qualcosa dove non c'è nulla. Funziona solo se credi di assumere un prodotto che ti curerà in modo efficace. Quindi nel momento in cui sai che dentro il prodotto omeopatico non c'è nulla, e chi usa l'omeopatia con convinzione lo sa bene, stai facendo un atto di fede, totalmente al di fuori della logica e del raziocinio.

E non tiriamo fuori la storia della memoria dell'acqua per spiegare come dovrebbe funzionare l'omeopatia, perché è stata sbugiardata da svariati e accurati studi scientifici. E poi non si capisce perché le molecole d'acqua dovrebbero ricordarsi del prodotto omeopatico e non delle innumerevoli schifezze di ogni tipo con cui sono venute a contatto nella loro storia, dai coliformi fecali alle sostanze tossiche di ogni tipo. Se questa cosa fosse vera, bersi un bicchiere d'acqua dovrebbe essere allo stesso tempo sia una cura contro tutto, che un potentissimo veleno.

E comunque nei prodotti omeopatici non c'è nemmeno quell'acqua che dovrebbe avere il ricordo del principio curante (che poi se volessimo parlare di come dovrebbe funzionare il principio curante si aprirebbe un altro nulla scientifico). L'acqua, così diluita da non contenere più molecole del principio attivo, viene infatti spruzzata su una pasticchetta di zucchero dalla quale evapora, e quindi resta solo la pasticchetta di zucchero. Un famosissimo prodotto omeopatico cita sulla confezione: "Pasticche da 1 mg. Contenuto: saccarosio 1 mg". Più chiaro di così! Quindi eventualmente nella pasticca di zucchero, non essendoci più nemmeno l'acqua, dovrebbe permanere solo la memoria, senza il suo supporto fisico. Ma di cosa stiamo parlando?! E poi ditemi se questa non è pura fede!

E non mi venite a dire nemmeno che "non possiamo sapere.... ci sono tante cose che non conosciamo... il corpo umano è misterioso..." e tutta la sequenza di scemenze che si ripetono a pappagallo in queste occasioni per giustificare qualcosa che all'occhio della ragione e dei test scientifici è completamente privo di senso. Oppure, la preferita degli omeopati: una volta si pensava che la terra fosse al centro dell'universo, e poi si è scoperto che non è vero, quindi un giorno si scoprirà che anche l'omopatia..."

L'omeopatia, infatti, nasce alla fine del 1700, quando non si conoscevano né cellule né tanto meno la genetica. Il sistema immunitario era un termine sconosciuto, non si conoscevano i virus e nemmeno i batteri, e la fisiologia e le funzionalità del corpo umano era ancora oscure. Era un'epoca in cui la medicina era una pratica quasi stregonesca, che credeva ad esempio che toglierti litri di sangue tramite vermi schifosi messi sulla pelle potesse allontanare il male dal corpo. E' chiaro che in queste condizioni non fare niente (l'omeopatia) poteva essere a volte molto meglio che fare qualcosa!

Nel frattempo il mondo, grazie alla ricerca scientifica, ha imparato a curare malattie che all'epoca ti portavano alla tomba in poco tempo. Ha scoperto i vaccini, la penicillina e gli antibiotici, ha scoperto molecole e principi attivi adatti a curare malattie gravi, e ha sviluppato tecniche chirurgiche straordinarie. Durante questo incredibile periodo di progresso,  l'omeopatia non è cambiata di una virgola. Dal 1700 a oggi, è rimasta immutata, restando a guardare il resto della medicina evolversi al passo con le nuove conoscenze. E tutt'ora, nel 2017, c'è chi preferisce credere in una pratica della fine del 1700 invece che alle scoperte che hanno reso le banali infezioni non più mortali. E' come se preferissero volare con le macchine di Leonardo invece che con un moderno jet.

L'omeopatia, tanto per dirne una, afferma che i prodotti omeopatici vanno scossi per diventare efficaci. E il motivo è che il suo inventore, Samuel Hahnemann, era convinto che l'effetto dei suoi preparati fosse amplificato dallo sballottamento della carrozza che usava per andare a casa dei malati (mentre al limite, a essere buoni, era semplicemente l'effetto placebo di un medico che ti viene a casa, che ti ispira più fiducia che se devi andare da lui di persona). Per questo aveva dedotto che era importante scuotere i preparati, e dalla via che bisognava scuoterli, aveva concluso che l'ideale era farlo su una Bibbia. Chi crede all'omeopatia crede a questo, allora come oggi. Questo è il livello di scientificità dell'omeopatia.

Oggi forse, in un sussulto di laicità, la Boiron e le altre aziende produttrici di prodotti omeopatici hanno tolto le Bibbie dalla catena di preparazione, chissà!

Quindi, tornando alla nostra storia, perché è potuta accadere? Perché quando si crede all'omeopatia implicitamente si butta la ragione nel cesso, e si abbraccia una pratica completamente fideistica. E gli estremi, in fatto di fede, portano a non saper vedere i fatti per quelli che sono nemmeno quando sono lampanti. La cronaca, a riprova di ciò, ci racconta che dal suo profilo social appare che il padre del bambino vittima di questa follia era il classico complottisti "all inclusive", che è contro big-pharma, contro i poteri forti, e contro il solito set completo di convinzioni che va dalle scie chimiche alla chemioterapia che uccide. Tutto il pacchetto del credente, insomma.

I sostenitori dell'omeopatia si sono subito affrettati a dire che è stato sbagliato usare l'omeopatia per un'otite, e che l'omeopatia è efficace in certi casi, ma non nel caso di un'otite batterica. Dimenticandosi però che fino a ieri scrivevano questo.  Bisogna essere chiari: l'omeopatia non serve a nulla perché dentro non c'è nulla! La chimica e la fisica non sono opinioni, e su questo non c'è proprio margine di discussione! L'omeopatia non ha mai dimostrato di fuzionare più di un placebo (fonte). Affermare che può servire in alcuni casi è già un atto di fede che, se detto da un medico, ovvero da uno che si professa uomo di scienza, fa rabbrividire!

E diciamola tutta anche  sulle dichiarazioni di certi medici (molti!), quando affermano che l'omeopatia può essere utile in certi casi, ma non nelle situazioni gravi. L'omeopatia è una presa in giro! Chi vende pasticche di zucchero facendole pagare come se fosse platino, sta innanzitutto prendendo in giro la gente! Che certi medici per primi siano indirettamente complici di questo raggiro io lo trovo scandaloso.

Per non parlare di quelli che consigliano prodotti omeopatici e poi - nel caso il problema persista - passano ai farmaci allopatici. Questo è lo stesso atteggiamento di quando si va al santuario a pregare il santo perché ti faccia passare la cervicale o perché tuo figlio passi l'esame. Se funziona, è merito del santo che ha fatto la grazia. Se invece non funziona, eh... mica si può pretendere tutto dai santi!

Con l'omeopatia è uguale, agli omeopati piace vincere facile. Prima si prova con qualcosa che non fa niente. Se con lo zuccherino ti passa l'otite, è merito dello zuccherino, anche se dentro non c'è niente. Se invece non funziona e devi prendere l'antibiotico, beh... l'omeopatia non può mica fare miracoli! Non può certo fare miracoli, ma la fede cieca e ottusa in qualcosa che non esiste può produrre anche tragedie come questa.

E infine permettetemi una piccola apparente divagazione: ho parlato di recente di una lettera, firmata da 156 medici, scettici o apertamente contrari alla vaccinazione di massa. Una semplice ricerca in rete mostra che di questi 156, ben 140 sono omeopati, o supportano apertamente l'omeopatia. Più del 90%. In italia i medici omeopati sono meno del 2% del totale. Vuol dire che scegliendo 156 medici a caso dovrei trovarne circa 3 che sono omeopati. Nel gruppo che è contro i vaccini invece ne ho trovati 140. Allora, ricapitolando: credono all'omeopatia e sono anche contro i vaccini... proviamo a fare 2 + 2...

venerdì 26 maggio 2017

Errori pacchiani della non applicazione del metodo scientifico

E la cosa grave è quando vengono spacciati per autentici risultati scientifici!


Durante la tesi di laurea, dovevo fare delle misure sul comportamento di un rivelatore di particelle al variare della tensione di lavoro sull'anodo. Personalmente ero convinto che, all'aumentare della tensione, un certo parametro relativo alle caratteristiche dell'impulso elettrico che veniva prodotto dal rivelatore al passaggio delle particelle, sarebbe aumentato di valore. L'intuito  mi diceva così, e la cosa mi sembrava molto ragionevole.

Per fare questo test avevo a disposizione dei moduli di elettronica, che ricevevano i segnali dal rivelatore, e un computer (un Apple II, un gioiello all'epoca) che era usato per acquisire i dati e scriverli su un dischetto. Mentre il programma acquisiva i dati, li mostrava anche uno dopo l'altro sullo schermo, in una colonna interminabile di numeri.

Faccio quindi partire l'acquisizione dei dati, e nel frattempo comincio a guardare i valori mentre scorrono sullo schermo, per vedere se combaciavano con le mie aspettative di avere un valore medio più grande rispetto a quello ottenuto con il valore di tensione precedente. E guardando quei numeri noto subito, con soddisfazione, che in effetti erano proprio così, maggiori dei precedenti, come l'intuito mi aveva detto. Ogni tanto qualcuno era più piccolo, ovviamente, ma "mediamente" i valori erano chiaramente superiori ai precedenti.

Perfetto, mi dissi! I risultati tornano con quello che avevo previsto! Una grande soddisfazione per uno scienziato, figuriamoci per un laureando!

Quando il programma finì di raccogliere tutti i dati, il programma calcolò il valore medio tanto atteso, e me lo stampò sullo schermo. Valore che avrebbe messo finalmente nero su bianco le mie previsioni, cosa di cui peraltro ormai non dubitavo, avendolo già costatato online guardando quella lista di numeri.

E invece, incredibilmente, il nuovo valore medio non solo non era significativamente più grande del precedente, come mi era sembrato che fosse, ma era praticamente uguale al precedente, e anzi, a fare i pignoli era perfino più piccolo!

Come era stato possibile? Lo avevo visto con i miei occhi che i nuovi numeri erano "mediamente" maggiori dei precedenti. Come potevo aver preso un simile abbaglio?

Ero stato vittima del "confirmation bias", il "bias di conferma", una bestia nera dell'analisi dei dati, contro la quale qualunque ricercatore serio deve cautelarsi. In pratica, essendo anche gli scienziati esseri umani, e avendo anche essi i loro pregiudizi sul tipo di risultato da aspettarsi, è facile cadere vittime delle proprie convinzioni, e dare maggiore importanza a quei dati che le supportano, e allo stesso tempo mettere in secondo piano quei dati che invece le contraddicono. Tutto questo, è bene sottolinearlo, avviene in perfetta buona fede. Altrimenti si chiama frode, ma quella è un'altra storia.

Wikipedia ne da un'ottima definizione: 

"È un processo mentale che consiste nel ricercare, selezionare e interpretare informazioni in modo da porre maggiore attenzione, e quindi attribuire maggiore credibilità, a quelle che confermano le proprie convinzioni o ipotesi, e viceversa, ignorare o sminuire informazioni che le contraddicono. Il fenomeno è più marcato nel contesto di argomenti che suscitano forti emozioni o che vanno a toccare credenze profondamente radicate."

Richard Feynman, che di scienza se ne intendeva, diceva: "La prima regola e che non ti devi far ingannare. E tu sei quello più facile a farsi ingannare".

Nel mio caso, convinto che aumentare la tensione avrebbe aumentato il valore medio di quella particolare grandezza, guardando scorrere le misure avevo dato inconsapevolmente maggiore rilievo a quei valori che risultavano mediamente più grandi, e contemporaneamente avevo catalogato come meno frequenti i casi in cui invece erano più piccoli. Il risultato era stato un grosso abbaglio. Il calcolo matematico del valor medio, che certamente non risentiva dei miei pregiudizi, lo aveva mostrato in modo impietoso.




Questo effetto è ben noto, e i ricercatori seri ne sono consapevoli, e qualunque analisi che ambisce ad essere scientifica deve cautelarsi da questo rischio. Esistono diverse possibili contromisure, come ad esempio stabilire a priori quali devono essere i criteri che rendono valida o meno una certa ipotesi prima di raccogliere i dati. Altrimenti si rischia di selezionare e interpretare i dati a proprio uso e consumo, usando solo le informazioni che ci fanno comodo, e arrivando quindi a trarre conclusioni sbagliate, anche se magari in modo del tutto inconsapevole.

Io all'epoca ero un laureando, e quell'episodio mi è stato molto istruttivo.

Adesso vi racconto di altri due casi in cui il confirmation bias ha teso dei bei trappoloni. Il primo è un fatto un po' ingenuo e per certi versi fa quasi sorridere, mentre nel secondo caso c'è proprio da incazzarsi per la colossale superficialità e incompetenza scientifica che ci sta sotto, soprattutto perché il risultato ci viene venduto dagli autori come uno studio scientifico.

Il primo caso riguarda il reparto maternità dell'ospedale dove nacque mia figlia. Ricordo che, poco prima del parto, alcune infermiere mi dissero le testuali parole: "questa sera è tranquilla, ma doveva vedere domenica scorsa che cambiava la luna, non ci stavamo dietro con le nascite!".

E' infatti convinzione comune che la luna influenzi la data del parto, e in questo caso verrebbe da dire che deve essere proprio vero, perché chi meglio del personale del reparto maternità può confermare o smentire una cosa del genere? Se lo dicono loro, che sono quelli che fanno partorire, è sicuramente vero!

E invece non è vero. La convinzione che la fase lunare influenzi il momento del parto è, numeri alla mano, completamente falsa, come ampiamente dimostrato ad esempio qui, qui, qui e in innumerevoli altri studi statistici. Come per il mio valor medio, lo studio statistico di date di nascita scelte a caso mostra impietosamente che non c'è alcuna correlazione con la fase lunare. E' una convinzione diffusa, ma assolutamente non suffragata dai fatti. La fase della luna con la data del parto non c'entra proprio niente. Fine della discussione.

E allora come è possibile che proprio al reparto maternità si siano sbagliati su una cosa che, verrebbe da dire, dovrebbero conoscere meglio di tutti gli altri?

Per colpa del bias di conferma, lo stesso che mi aveva tratto in inganno da laureando.

Verosimilmente sarà successo qualcosa di simile: nei giorni con la luna giusta e con - casualmente - più nascite del solito, essendo già a conoscenza di questa presunta correlazione, alla maternità avranno pensato: "Vedi? E' l'effetto della luna!". E questo avrà rafforzato la loro convinzione. Poi ci sarà stato quel giorno in cui la luna era quella giusta ma i parti erano, sempre casualmente, meno del solito. Tuttavia, a causa dei loro pregiudizi, avranno detto "evabbè! Mica succede sempre sempre! Pero' ti ricordi invece l'altra volta?" Oppure avranno valutato quel numero scarso di nascite non proprio così scarso, come io avevo fatto con la frequenza dei valori inferiori alla media. Il risultato globale è la convinzione di avere realmente osservato un fenomeno che, alla luce dei fatti, non è avvenuto.

Questo è il caso che tutto sommato fa sorridere.

Il prossimo caso invece è quello che fa incazzare.

La storia è tratta da questo articolo. Un gruppo di 100 medici (di cui uno è stato appena radiato dall'ordine) critici verso le vaccinazioni afferma che:
"Ci siamo infatti accorti che, dopo un’osservazione minuziosa e prolungata nel tempo di bambini vaccinati e non vaccinati, questi ultimi appaiono indubbiamente e globalmente più sani".

Nessuno straccio di dettaglio su qualcosa che invece avrebbe il dovere di essere ben documentato.  Che tra l'altro uno studio serio fatto sui pazienti di 99 medici e mezzo avrebbe anche un bel po' di dati!

Come si valuta che una categoria è "globalmente più sana?". Quale criterio è stato utilizzato? E' essenziale specificarlo, e soprattutto: è stato stabilito in anticipo, prima di fare lo studio? Perché se lo stabilisci dopo, decidendo in base a quello che hai osservato, quella non è scienza!

E invece nulla di tutto ciò viene detto. Avranno contato il numero di raffreddori? Delle faringiti? Delle otiti? Dei focolai broncopolmonari? E un focolaio quante otiti vale? E faringite e laringite valgono uguali? E quanti giorni di moccolo al naso compensano la varicella attaccata a tutta la famiglia?

Cosa vuol dire che hanno "valutato", senza specificare un criterio preciso, senza scriverlo nero su bianco? E infatti nell'articolo non è menzionato alcun criterio se non la loro generica "osservazione" dei pazienti (e dubito che esista una pubblicazione peer review dove trovarlo!).

Anche alla maternità avevano "valutato", anche io avevo "valutato", ma senza un criteri preciso, senza decidere quanti parti avrebbero rappresentato un eccesso significativo, e soprattutto senza trascrivere alcun dato. Avevano valutato come hanno valutato questi 100 medici, che ovviamente non hanno pubblicato nulla in proposito, né esiste una pubblicazione fatta da chiunque altro, che certifichi una cosa del genere.

E il motivo per cui nessuna rivista peer review accetterebbe mai un articolo di 100 antivaccinisti che affermano che "ci siamo accorti che i bambini non vaccinati appaiono indubbiamente più sani" è ovvio. E' il bias di conferma scritto a parole, che più chiaro non si può! E' lo stesso motivo per cui nessuna rivista scientifica accetterebbe mai un articolo di sciachimisti che, guardando il cielo, hanno "valutato" che è diverso da quello di 30 anni fa. Non c'è veramente nessuna differenza.

E poi permettetemi, cari 100 medici, quell'indubbiamente senza uno straccio di motivazione, è un termine così fuori dalla terminologia scientifica che, - scusatemi - ma è veramente ridicolo! Anche per me che non sono un medico! Se fosse così indubbio - che cavolo! - mettete i numeri nero su bianco, come farebbe qualunque medico serio, e pubblicateli su una rivista medica seria, e questo, tra le altre cose, vi farebbe vincere a mani basse sui vari Burioni. Ma come, avete per le mani un risultato del genere, e invece di pubblicarlo nero su bianco per farlo vedere al mondo, ve la cavate con un indubbiamente? Non sarà per caso che questi numeri sono solo nella vostra testa?



domenica 21 maggio 2017

L'obbligo per le vaccinazioni è un evento di cui gioire?

L'importanza delle vaccinazioni è sacrosanta. Non è l'incipit di chi sta poi per affermare il contrario, tipo "io non sono razzista ma...". Lo penso realmente, senza se e senza ma. Mia figlia le vaccinazioni le ha fatte tutte, comprese le facoltative, e io non ho mai avuto dubbi in proposito.

Allo stesso tempo le motivazioni degli antivaccinisti irriducibili sono risibili, e trasudano incompetenza e tutta la supponenza di chi spesso non ha nemmeno capito a cosa servono le vaccinazioni (ad esempio quando dicono che non essendoci un'epidemia in corso, perché tutta questa insistenza?)

Ma gli antivax di questo tipo, quelli che credono a Gava e Montanari, quelli che è tutto un businnes delle multinazionali, quelli che il vaccino causa l'autismo, quelli che non è merito dei vaccini ma è perché ci laviamo più spesso le mani, quelli che mio figlio a 3 mesi ha smesso di dormire per colpa del vaccino (dimenticando che da che mondo è mondo la principale attività dei bambini piccoli è quella di scassare la minchia di notte) quelli non li convincerai mai. Nessuna corretta informazione potrà mai nulla nei confronti delle loro granitiche certezze.   Sono come gli sciachimisti, che hanno tirato giù la saracinesca della ragione da un bel pezzo, e non ci puoi fare più niente.



Poi però c'è anche quella popolazione intermedia che non ha particolari pregiudizi, ma ha sentito che... ha letto che... hanno un'amica che... Quei genitori che sono in perfetta buona fede, e che vorrebbero essere innanzitutto rassicurati sul fatto che vaccinare i loro figli è immensamente meglio che non farlo. Quelli che basterebbe tutto sommato poco, una chiacchierata serena col pediatra senza che questo guardi continuamente l'orologio, che gli spiegasse che la storia che una volta si prendeva il morbillo e non si facevano tutte queste tragedie è, numeri alla mano, una sonora idiozia.

Con quelli sì che ci puoi parlare, anzi ci devi parlare! E' soprattutto a loro che si deve indirizzare la corretta informazione dei medici e degli esperti. Senza irriderli, senza dar loro dei cretini, ma innanzitutto mostrando comprensione per i loro dubbi, peraltro legittimi in quanto genitori. La comprensione de loro dubbi è un ingrediente essenziale affinché essi possano recepire il messaggio e convincersi dell'importanza della scelta. Senza empatia con il medico, un genitore preoccupato e dubbioso, anche se a torto, non si convincerà mai che vaccinare il proprio figlio è importante.

Da domani tutti quanti, sia gli antivax duri e puri che quest'altra categoria molto più vasta di genitori, sarà obbligata  a vaccinare i propri figli. Il rischio nel trasgredire è quello di incorrere in pene severe, fino ad essere privati della patria potestà.

Di per sé non ci trovo nulla di strano che per accedere alla scuola materna o elementare si debba essere vaccinati. Mia figlia qualche estate fa ha frequentato un campo estivo in Francia, e per accedervi abbiamo dovuto presentare il libretto delle vaccinazioni in regola, morbillo compreso. Quindi, sebbene in Francia le vaccinazioni non siano tutte obbligatorie, di fatto lo sono. So di una famiglia che non aveva vaccinato i propri figli che, dovendosi trasferire in Belgio per motivi di lavoro, si è sentita dire: "o li vaccini oppure da noi non possono venire".

Molti hanno quindi esultato per il decreto legge che obbliga tutti quanti a vaccinare i propri figli, perché finalmente renderà ininfluenti le tesi strampalate degli antivax.

Secondo me invece non c'è proprio niente di cui gioire e essere soddisfatti. 

E vi prego di leggere fino in fondo perché la penso così, prima di partire come un cane di Pavlov a ringhiare contro l'ennesimo che sputa contro i vaccini, dato che non è proprio il mio caso.

Non credo che l'obbligo sia un successo di cui gioire, nonostante la sacrosanta importanza delle vaccinazioni, sostanzialmente per due motivi.

Il primo è che servirà a inasprire le posizioni e allontanarle ancora di più, e convincerà una certa parte degli indecisi in buona fede di essere vittima di un sopruso, di un'imposizione. Diranno: "ma come, io cercavo qualcuno che capisse i miei dubbi e invece mi impongono di vaccinare mio figlio zitto e muto, e se non lo faccio sono dolori!".

Si potrebbe dire che vabbe'..., ma alla fine chi se ne frega? Vaccinare è giusto e saggio, e quindi la decisione di obbligare porterà comunque un vantaggio per la società, anche se certi lo vivranno come un sopruso o un'imposizione fastidiosa.

E questo invece, secondo me, non è vero.

E quindi veniamo al secondo motivo per cui questo obbligo nato così  da un giorno all'altro, secondo me può essere utile a breve termine, perché aumenterà certamente il numero dei vaccinati (ammesso che le Usl del Belpaese siano in grado di fronteggiare le nuove disposizioni da qui a settembre, inizio dell'anno scolastico) ma rischia di essere molto controproducente a lungo termine.

Il motivo è un ulteriore contributo verso la perdita di fiducia nelle istituzioni, e nella fattispecie degli organismi preposti alla sanità pubblica.

La fiducia nelle istituzioni è un ingrediente fondamentale perché i cittadini accettino decisioni sulle quali non hanno le competenze. Non è sufficiente, perché ci sarà sempre qualcuno a inventarsi le sue strampalate teorie alternative, ma è assolutamente necessario.

Dalle politiche energetiche a quelle economiche, alle scelte in materia di sanità pubblica, la fiducia nelle istituzioni è tutto. Per delegare qualcuno a prendere decisioni per te su argomenti in cui non sei competente, in questo qualcuno devi avere fiducia. E se la decisione riguarda la salute dei tuoi figli, in questo qualcuno devi avere una fiducia estrema!

Se in Italia non si riesce a far passare un tubo del gas, un binario di treno o un'autostrada senza scatenare mastodontiche manifestazioni di protesta è perché la fiducia nelle istituzioni è al minimo. Se si protesta contro qualunque tipo di realizzazione di impianti per produrre energia o per smaltire rifiuti, è perché decenni di malapolitica e di decisioni scriteriate, di interventi spacciati per necessari ma nella realtà assolutamente inutili e poi dismessi (parliamo dei capolavori di Italia 90, del Ponte sullo Stretto o degli impianti di Tor Vergata, tanto per stare sul concreto) ci hanno insegnato, goccia dopo goccia, a diffidare di tutto quello che è istituzionale.

E questa nuova legge, sebbene giusta nel merito, e per certi versi necessaria, rischia di allinearsi sullo stesso filone: contribuire alla sfiducia nelle istituzioni. Perché se tutti gli scettici e gli indecisi alla fine vaccineranno i loro figli, pur tra i mugugni e le preoccupazioni, di sicuro faticheranno a recepire l'importanza della scelta, se questa viene innanzitutto imposta.  Perché una legge che ti dice che se non vaccini i tuoi figli te li potrebbero anche togliere, tu che sei comunque un genitore in buona fede che non ha nulla a che spartire coi deliri degli antivax, se hai dei dubbi non ti aiuta a capire. Aiuta semmai a trasformarti da dubbioso a incazzato.
 
Per non parlare poi del disastro che potrebbe accadere se dovesse verificarsi un effettivo caso di danno da vaccino, cosa che comunque può succedere. Quel singolo caso diventerà l'emblema di un'imposizione violenta dello Stato, perché quello sarà un morto vero, che all'occhio dell'opinione pubblica renderà irrilevanti le migliaia di vite senza volto salvate fuori dai clamori.

E quindi si rischia di allevare una popolazione di italiani sempre più scettica nei confronti non solo dei vaccini, ma soprattutto - e questa è la cosa più grave - nei confronti delle scelte dello Stato. Anche quando, come in questo caso, quelle scelte nel merito sono assolutamente giuste.

Quindi, se si vuole rendere realmente efficace questa legge, mi auguro che questo decreto sia accompagnato da una capillare informazione alle famiglie. Ma non un'informazione con gli spot del ministero, impersonale e uguale per tutti, ma fatta viso a viso, personalmente, negli uffici della Usl, negli ambulatori pediatrici, dove chi è competente perda tempo (che poi è tutt'altro che tempo perso) a calarsi nella testa del genitore preoccupato e dubbioso e, senza tagliare corto e dargli dell'incompetente, spieghi perché certe convinzioni diffuse sono totalmente errate. Non convincerà certo i fanatici antivax, ma quelli alla fine sono rumorosi ma sono anche pochi. Ma sarà fondamentale verso tutti quei genitori che hanno dubbi ma sono comunque persone ragionevoli, perché aiuterà loro ad avere fiducia.

PS: alcuni fanno il paragone con le cinture di sicurezza, imposte per legge, o col divieto di fumare nei locali pubblici. Il paragone non regge, perché chi è dubbioso sui vaccini e contesta la legge lo è perché crede che i vaccini possano costituire un rischio per la vita dei sui figli. Le cinture e il non fumare nei ristoranti non suscitavano questi timori ma anzi, tutti erano comunque consapevoli del fatto che avrebbero costituito una tutela per la salute.